Il 31 ottobre è ormai consuetudine anche in italia che la notte di Halloween, esportata dagli Stati Uniti d’America, venga festeggiata da grandi e piccoli animati dalla voglia di fare scherzi con travestimenti spaventosi, quanto di accaparrarsi un buon numero di dolci e caramelle recitando la formula “Dolcetto o scherzetto?”.

La parola Halloween rintracciabile nel termine inglese All Hallows’ Day, traduzione del Giorno d’Ognissanti, in Italia risulta ostica da pronunciare, così da essere erroneamente riprodotta come “Aulin”, scatenando l’ilarità di molti, per l’assonanza con il nome di un famoso farmaco.

Ma se Halloween, oggi, a favore del consumismo, appare come un carnevale fuori stagione, autunnale che si serve di zucche e castagne per le decorazioni della festa, in realtà ha radici religiose antiche legate al culto dei defunti e della luce perpetua.

E per ricordare cosa Halloween voglia rappresentare non è necessario andare a cercare nella tradizione dei paesi nordici, perché anche tra i vicoli di Barivecchia si narra di racconti legati al mistero, spaventosi che se i giovani ignorano, gli anziani ricordano sicuramente.

Una delle più antiche leggende tramandate ai baresi, tra i vicoli di Barivecchia, narra di una storia dai fondamenti storici, quanto dai dettagli mostruosamente fantastici, verificatasi durante una delle dominazioni straniere, esattamente quando la città di Bari, strappata ai Bizantini dai Saraceni che come pirati venivano dal mare, divenne per un breve, ma peculiare periodo che va dal 840 al 870 d.C., un Emirato islamico che volle impartire severamente le sue leggi sacre, ma ne pagò altrettanto violentemente le conseguenze…

Mufarrij, uno dei tre governatori arabi che ebbe la città di Bari, credette di poter convincere i baresi ad abbandonare il rito cristiano per una conversione all’Islam se fosse stato lui in prima persona a compiere un atto di coraggio, al fine di dimostrare la debolezza di certe tradizioni locali, così durante la notte tra il 5 e il 6 dicembre affrontò una delle figure più temute della credenza popolare, quella dell’Epifania.

A quel tempo si credeva che la Befana fosse la personificazione di due donne, una buona che portava doni e buone notizie ed una cattiva, chiamata Befanì che invece armata di falce vagava per le strade buie e deserte della notte, disseminando morte e segnando una croce sull’uscio delle case contro cui decideva di lanciare la sua nefasta sentenza.

Quella notte Mufarrij, nonostante l’atteggiamento di sbeffeggiamento e superiorità, si armò di scimitarra come per andare in guerra e attraversò i vicoli deserti di Barivecchia, dove si accorse che ogni uscio domestico era stato serrato e nessun barese si permetteva di sbirciare quello che accadeva fuori, nemmeno quando Mufarrij fu sorpreso da Befanì, dalla quale, come in una battaglia impari, non ebbe scampo, finendo atrocemente decapitato dalla falce affillatissima della spaventosa creatura.

Ma la tragica sconfitta di uno scellerato governatore tiranno non si esaurì in quella notte: la sua testa decapitata per la violenza del colpo sovrumano rotolò per l’intera città sino a sbattere contro l’architrave di una casa in strada Quercia, al civico 10, che tutti all’indomani potettero vedere dando origine alla leggenda della Cape d’u Turchie/Testa del Turco.

Oggi, la vicenda è testimoniata da una testa scolpita e fissata proprio nel luogo del ritrovamento secondo la leggenda e durante le notti fredde d’inverno, quando gli usci delle porte delle case sono serrati e il vento soffia forte tra le strade simili a gole nel deserto, qualcuno racconta che è possibile sentire rotolare la Cape d’u Turchie/Testa del Turco tra i vicoli di Barivecchia, il quale “per non perdere la faccia, ci rimise la testa”.

Da brividi…

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