Da quando c’è la mafia c’è anche chi dice che la mafia non c’è. O meglio, che non esiste. O che comunque si trova altrove.

Mafia è parola che terrorizza, che gridata tra le strade della città crea un inesorabile silenzio e vuoto. Pronunciare la parola “mafia” ha lo stesso effetto della divisione delle acque del Mar Rosso, descritta nell’Antico Testamento, operata da Mosè, ma in questo caso al posto delle acque vi è la gente che si fa da parte e lascia che tale espressione si concretizzi in fatti storici e nel presente storico.

Si potrebbe scrivere volumi descrivendo i mali affari mafiosi come, ad esempio, l’infiltrazione mafiosa dei clan nell’economia bloccata dall’inchiesta dei carabinieri del Ros di Bari, che ha portato -durante il mese di giugno- a 104 arresti.

Tuttavia, più complesso sembra cogliere il sistema e il meccanismo strettamente psicologico che pone la mafia al primo scalino delle attività più proficue e ingerenti della nostra società.

La criminalità e le varie organizzazioni criminali sono un germe da debellare e un cancro per la società, esse, però, nascondono un magnete che attira a sé le persone e come in una rete le lascia intrappolate.

La criminalità sembra essere un tutt’uno con la società stessa, perché, come il filosofo cinese Laozi spiega, non esiste il bene senza il male: come percepire Dio senza la mela della tentazione di Adamo ed Eva?

Ebbene, se il male esiste e eliminarlo nella sua assolutezza risulta una utopia, possiamo però immaginare come far venir meno il sistema mafioso, o meglio le basi che fanno gioco alla mente umana e alla nostra psiche.

I fondamenti grazie a cui la mafia si nutre sono la metus, come chiamavano i latini la paura, e la finzione, e cioè l’induzione dei soggetti a pensare, o meglio a non pensare: diffondendo l’idea del complotto e dell’inesistenza di quel fenomeno, in questo caso, mafioso.

Diverse personalità hanno dato il loro contributo per spiegare l’invenzione del fenomeno mafioso: Totò Riina trovò pure il colpevole: i comunisti. “Sono i comunisti che portano avanti queste cose: il signor Violante, il signor Caselli da Palermo. C’è tutta una combriccola… loro portano avanti queste cose. Il governo si deve guardare da questi attacchi comunisti”.

Ma Riina non è stato il solo, con la differenza che se dal boss dei boss era “normale” aspettarsi certe parole, molto meno lo è quando a parlare sono personalità politiche, esponenti delle istituzioni o della Chiesa. Perché la tendenza al negazionismo o, nella migliore delle ipotesi, al riduzionismo, è sempre stata molto diffusa e lo è ancora oggi. Negli anni 60 e 70, per esempio, in Sicilia parlare di mafia era tabù. Tutt’al più, si diceva, esistono bande di pecorai, banditi locali, ma nessuna organizzazione criminale. Così un autorevole alto prelato di Palermo dell’epoca, il cardinale Ruffini, era persuaso che la mafia rappresentasse un’invenzione dei comunisti per colpire da DC e i suoi elettori, per prosciugarne il bacino elettorale. Per Silvio Berlusconi, invece, la mafia esiste ma se ne dà una rappresentazione esagerata, per colpa della tv e di qualche libro.

É contro il negazionismo che la mente di noi cittadini deve rinvigorirsi: una soluzione di non-rassegnazione può essere la rivolta.

“Che cos’è un uomo in rivolta? Un uomo che dice no”. Così si apre l’opera L’uomo in rivolta, scritta nel 1951 di Albert Camus. In questo caso parliamo di una rivolta puramente mentale che si concentra sul “prendere in considerazione, essere coscienti e consapevoli di quanto esiste”. Il pensiero scoraggiato che inevitabilmente porterebbe ad accettare di servire la mafia (anche indirettamente) si traduce nell’abbandonarsi al corso fatale della storia. Nella società mafiosa sembra riflettersi il forte desiderio di semplificazione e di subordinazione culturale di cui parlava Camus.

La consapevolezza di cosa è il fenomeno mafioso e quali conseguenze esso procura alla città di Bari, ad esempio, deve concretizzarsi nel fare e nell’avere il coraggio di affermare che la mafia esiste ed è viva tra le strade della città: segnalare atti di abusivismo, denunciare comportamenti intimidatori e non finanziare attività commerciali che partecipano alla vita delinquenziale sono i primi passi per dire no alla supremazia mafiosa.

A Bari il fenomeno mafioso non si nasconde, anzi regna sovrano.

A Bari i cittadini non conoscono il percorso degli autobus (in assenza di una mappa interattiva), ma una mappa su cui, in ogni quartiere, è specificata la famiglia mafiosa che tiene le redini della zona di riferimento non manca mai.

Allora, lungi da commenti sarcastici come quest’ultimo che mette in evidenza il degrado culturale e sociale che invade la città, dobbiamo (purtroppo) affermare che “siamo alla frutta… ed è piena di sangue”.

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